Lévi-Strauss, ovvero l’antropologo nudo. Crudo, cotto o al sangue?

Come afferma Eriksen (2001:310), la variazione culturale all’interno della modernità non era sufficiente ad attirare l’attenzione dell’autore di Tristi Tropici (1955), che rappresenta l’unico lavoro sul terreno svolto da Lévi-Strauss, per la tesi di dottorato. Questa esperienza di ricerca, poche settimane su cento anni di vita, quasi sparisce al cospetto di una lunga carriera da ‘antropologo in poltrona’ (armchair anthropologist), secondo lo stile di Frazer a di Mauss, e la fedeltà di una vita a teorie linguistiche e antropologiche dei primi decenni del Novecento, lo legano indissolubilmente all’antropologia dell’inizio di quel secolo, certo non a quella della sua fine. Lévi-Strauss, infatti, basa il suo lavoro teorico solo su raccolte di miti ed etnografie scritte da altri, così come gli evoluzionisti costruivano i loro modelli basandosi sui resoconti di viaggiatori, missionari e amministratori coloniali. Tutta da buttare, allora, la produzione di Lévi-Strauss? no di certo! Qualcosa è rimasto e si è fatto meritatamente strada attraverso le opere dei colleghi, è stato discusso e approfondito, in particolare l’idea del pensatore ‘selvaggio’ come bricoleur e l’idea che alcune delle classificazioni che egli produce non hanno un mero valore pratico, ma sono ‘buone da pensare’.