Micro-etnografia notturna. Riflessioni di un antropologo in discoteca

Non sono un frequentatore abituale di discoteche o di clubs, come si preferisce chiamarle oggi. Questi appunti sono l’esito di osservazioni che hanno avuto luogo in alcune discoteche romane molto frequentate e da me precedentemente sconosciute, nell’arco temporale di alcuni fine-settimana di primavera. Essi pongono, credo, problemi metodologici di “scala” e di rappresentatività del documento etnografico che pure saranno affrontati brevemente nel testo, per la scrittura del quale ho scelto un taglio stilistico molto descrittivo, non informale ma nemmeno saggistico. Sebbene il caso etnografico a cui mi riferisco sia estremamente circoscritto e non possa dunque assurgere automaticamente a modello paradigmatico, ritengo che una parte – e non la minore – degli elementi in esso evidenziati siano facilmente riscontrabili altrove – cioè in situazioni analoghe –, e che di conseguenza le riflessioni qui presentate siano “applicabili” e mutuabili – mutatis mutandis e tenuto in debito conto il senso critico e la contingenti esigenze interpretative dell’etnografo – anche all’analisi di contesti simili. Questa è la ragione per la quale la mia scrittura glisserà a un certo punto dal livello della descrizione etnografica a quello del tentativo di abbozzo di un modello teorico.