Il dolore come valore. Modificazioni del corpo e sofferenza

La diffusione, soprattutto a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, delle modificazioni corporee a fini estetici, dalla chirurgia estetica sino ai tatuaggi, costituisce un fenomeno culturale complesso che solo in parte ha attratto l’attenzione degli studiosi. Una delle caratteristiche delle modificazioni corporee, naturalmente, è che comportano un intervento sul corpo e, quindi, un qualche livello di dolore. La maggioranza di questi interventi, tutti quelli che sono ormai parte della cultura ufficiale – quelli di chirurgia estetica, ad esempio, e in generale tutti quelli connessi con la medicina ufficiale – comportano l’uso di anestesie il cui scopo è quello di limitare al massimo l’esperienza del dolore. In questi trattamenti il dolore è solo una parte sgradevolmente “accessoria”, da eliminare o almeno da ridurre. Esiste, tuttavia, parallelamente, una tendenza alla realizzazione di modificazioni, in particolare tatuaggi, piercing, scarificazioni miranti ad ottenere cicatrici, nella quale l’esperienza del dolore non solo è tollerata e accettata come elemento costitutivo della modificazione ma è anche, a volte, deliberatamente cercata. Questo fenomeno interessa non solo particolari subculture nelle quali l’esperienza dolorosa in sé può assumere un valore sociale positivi ma anche dei singoli individui per i quali il dolore acquisisce un significato individuale valorizzante, fuori dai codici di un gruppo.