Origine e sviluppo dei culti afro-brasiliani

Credo che una migliore puntualizzazione della collocazione singolare della metropoli carioca, perennemente sospesa e per così dire a mezza strada tra un Sud “bianco” e un Nord “nero”, potrebbe ben spiegare sia l’apertura verso l’Europa che i fervori africani propri di Rio de Janeiro. Così agli europei cittadini (bianchi) questa città appariva tra Ottocento e Novecento infestata da logge magiche, i cui orixà si esprimevano in yoruba per dare responsi e suggerire rimedi; mentre ai cittadini africani questa metropoli sembrava ancora estranea, ostile per un verso e allettante per tanti altri: di qui un flusso di pai e mãe de santo che, dalla natia Salvador sono calati a Rio per impiantarvi dei terreiros e fare proselitismo. In questo contesto, e in una simile realtà dicotomica, l’umbanda risulta essere il tentativo fortunato di una mediazione voluta e diversa tra due realtà tanto diverse e così poco compatibili. Ma, alla resa dei conti, risulterà un inconsapevole espediente per introdurre presso il vasto pubblico metropolitano del Sud il mondo degli orixà e creare nel tempo, all’interno della europeizzante cultura dei bianchi, una consuetudine alla consultazione dei pai de santo e alla frequentazione dei terreiros. E il candomblé, assunto a oggetto di studio privilegiato da intellettuali “africanisti” è diventato strumento consolatorio e rassicurante per emarginati ed ambiziosi, fa ora valere con prepotenza i propri diritti nelle realtà metropolitane del Brasile: dapprima coabitando timidamente con le logge umbandiste e poi, a partire dagli anni Sessanta, invadendo le città industrializzate e proponendosi quale suggestiva alternativa alle sedute spiritiste di derivazione kardechista.