La Terra/Pietra ebbe origine dalla vecchia Nokomish ed era sola. Allora la Pietra costruì una ciotola e la immerse nel terreno; lentamente il terriccio contenuto nella ciotola si trasformò in sangue e cominciò a mutare forma. Così il sangue si trasformò in Wabus, il Coniglio e questo assunse sembianze umane e in breve tempo divenne un uomo chiamato Manabush, il grande demiurgo dei Menomini, che è anche il Fuoco.
Questo mito dei Menomini, indiani della regione dei Grandi Laghi, corrisponde a un tema diffuso in gran parte dell’America: la nascita da un grumo di sangue, che si coagula e cresce sino a diventare un essere vivente nel grembo della madre. Gli Sweet Grass Cree raccontano che un tempo, quando gli animali non si distinguevano ancora dagli esseri umani, Puzzola e Tasso vennero affamati da un orso grizzly voracissimo, che nella sua ingordigia lasciò loro solo un po’ di sangue di bisonte. Allora Puzzola mise il grumo in una pentola dove si trasformò in un fanciullo miracoloso che uccise l’orso. Più tardi questo fanciullo riuscì a cavarsela da una situazione molto imbarazzante, dove una vecchia gli si era appiccicata alla schiena senza che nessuno potesse liberarlo, solo riprendendo la sua forma di grumo di sangue.
Già in questi miti abbiamo molti degli elementi e dei personaggi che incontreremo nel linguaggio simbolico degli indiani del Nordamerica e che per molti versi assomigliano ai simboli che ci sono familiari anche nel Vecchio Mondo, perché, dall’inizio del tempo il sacro sangue mestruale e puerperale è inserito nella nostra psiche e domina inconsciamente opinioni, costumi, pregiudizi, ingiustizie.
Immagini lenticolari rappresentanti la vulva esistono disegnate o graffiate nelle caverne europee fin da epoca Aurignaziana (circa 30.000 avanti Cristo). Immagini del genere, una ellisse verticale attraversata da una linea verticale, ripetute in continuazione nelle pareti di arenaria di una caverna dello Iowa, non sono databili facilmente, ma i sacri rotoli di corteccia di betulla degli iniziati della società di medicina di molte tribù dei Grandi Laghi nota come Midewiwin riproducono in forma rapida la vagina proprio con lo stesso segno. Lo storico delle religioni Jordan Paper in un suo acuto articolo osservava come sia notevole che in un’area culturale indiana largamente matrilocale e matrilineare e dove la donna aveva un ruolo economico, politico e religioso di tutto rispetto come l’area dei Grandi Laghi non si trovi praticamente traccia dei riti e dei culti femminili nelle testimonianze d’epoca. Nonostante l’importanza della Dea fosse tale tra gli Uroni di lingua irochese, sfortunati alleati dei francesi, da farli chiamare da uno studioso i “figli di Aataentsic”, la Donna nel Cielo, la divinità creatrice. In modo particolare non c’è traccia dell’aspetto femminile della religione indiana nelle relazioni dei Gesuiti francesi che così a lungo risiedettero tra le popolazioni di lingua irochese che sono note anche ai profani per l’alta considerazione e il grande potere concessi alle donne. Per lo studio della comprensione degli spiriti femminili pre contatto – afferma Paper – ci sono ulteriori difficoltà. Tutte le prime fonti etnostoriche furono scritte da maschi provenienti da una cultura patriarcale, molti dei quali appartenenti alla sottocultura misogina gesuita del 16° e 17° secolo. I primi etnologi tendevano ad essere ugualmente dimentichi degli aspetti femminili della religione, sia dei rituali che degli spiriti femminili. Questo approccio ebbe come risultato una comprensione alquanto sghemba, in particolare per quel che riguarda le culture native americane, che hanno una considerevole quantità di specializzazione di genere, sia economica che rituale. Data l’orientazione maschile dei valori occidentali, le etnologhe, tranne poche eccezioni (per esempio Underhill 1949) preferirono concentrarsi sulla cultura maschile. Solo di recente si è quindi sviluppata tra gli studiosi occidentali una coscienza che esiste all’interno delle tradizioni religiose native americane un modo esclusivamente femminile di religiosità accessibile solo ad osservatrici.
Il contatto con il cristianesimo militante, il commercio delle pellicce e la conduzione patriarcale dell’agricoltura occidentale portò alla scomparsa o alla clandestinità delle dee e favorì il sorgere di culti messianici rivoluzionari, come quello dell’irochese Handsome Lake, quello del Profeta Delaware Neolin, ispiratore della rivolta di Pontiac e quello del Profeta Shawnee Tenskwatawa, ispiratore della guerra di Tecumseh. Questi riformatori politico-religiosi indiani dovevano “aggiustare” la loro società alla nuova realtà e adeguarla al monoteismo patriarcale, all’asimmetria sessuale europea, molto più accentuata di quella indiana.
Prima del nuovo predominio del “Grande Spirito” o del “Creatore” esistevano le dee o divinità asessuate o bisessuali; la divinità femminile creatrice era caratteristica di molte tribù orticultrici appartenenti all’area culturale delle cosiddette Terre Boscose Orientali (Woodlands), che comprendeva gran parte del territorio di prima colonizzazione inglese e francese, e delle tribù del Sudovest degli USA, denominate collettivamente Pueblo (villaggio) dagli spagnoli per via dei loro villaggi in muratura. Vale la pena di delineare brevemente le relazioni tra i sessi in alcune aree di più antica colonizzazione.

Gli indiani Pueblo, che abitano tuttora villaggi in muratura in Arizona e New Mexico, furono tra i primi popoli nordamericani a venir conquistati dagli europei. Dalla prima spedizione dello spagnolo Francisco Coronado nel 1540 alla Rivolta Pueblo del 1680, la prima grande rivolta che scacciò gli invasori dal territorio per 12 anni, la società indiana subì profonde modifiche a causa del regime religioso ed economico-politico della colonia. Questo regime aumentò di molto il grado di asimmetria sessuale, presente nella società indiana anche se in modo debole, ma non riuscì a distruggere del tutto la posizione di potere che le donne avevano.
In un libro eccellente, When Jesus Came, the Corn Mothers Went Away (Quando venne Gesù, le Madri Grano se ne andarono) , Ramòn A. Gutierrez analizza la situazione dei Pueblo prima e durante la colonia spagnola e l’ideologia della classe dominante religiosa e laica in New Mexico dal 1500 al 1846. Egli osserva come gli indiani Pueblo vedessero le relazioni tra i sessi in modo abbastanza equilibrato. Uomini e donne avevano le loro forme di ricchezza e potere, che modellavano sfere di azione indipendenti ma cooperanti, simbolicamente espresse nei rispettivi oggetti donati ai neonati: una punta di selce ai maschi e un feticcio di mais alle femmine. Il mais era un prodotto della terra e la base dell’alimentazione Pueblo e la selce era considerata fulmine pietrificato e quindi rappresentava l’acqua della pioggia, ma essi esprimevano anche i principi cosmici della femminilità e della mascolinità. Selce, pioggia, sperma e caccia erano maschili, mentre mais, terra e gravidanza erano femminili; questo concetto è espresso bene dalla parola Hopi posumi, che significa sia grano di mais sia fanciulla nubile. La capacità femminile di creare la vita era messa in maggior rilievo dalle donne Zuni quando celebravano e celebrano il sesso dei loro figli: sopra la vulva pongono una grossa zucca piena di semi, pregando perché i genitali femminili crescano grandi e diano frutti abbondanti, mentre spruzzano d’acqua il pene, pregando che resti piccolo. Gli uomini rispondono provocatoriamente a questo rituale indossando enormi falli posticci. Il rapporto tra sesso e nutrimento, entrambi promotori della vita, era espresso dal compito di nutrici che avevano le donne; l’idea di nutrimento era chiarita dai Pueblo con il concetto di adozione, per cui ogni forma di vita, materiale e spirituale, poteva venire trasformata in un parente attraverso il cibo. Le donne nutrivano non solo i parenti di sangue, ma anche il Sole, gli spiriti kachina, i feticci animali della casa, gli scalpi dei nemici uccisi e le carcasse delle prede cacciate dagli uomini. Quando giungevano capi stranieri lo scambio sociale del cibo significava pace ed era compiuto attraverso la mediazione femminile espressa tramite la nutrizione. Dopo la nutrizione l’attività di maggiore importanza culturale per le donne Pueblo era l’attività sessuale. La sessualità era equiparata alla fertilità, alla rigenerazione e al sacro; attraverso di essa le donne incorporavano i mariti nei clan materlineari, addomesticavano gli spiriti della natura e davano vita ai figli che avrebbero provveduto rispettosamente alla loro vecchiaia. Le donne donavano il proprio corpo ai mariti volontariamente, aspettandosi in cambio doni dotali, lavoro e rispetto. Se una donna faceva l’amore con un uomo che non era il marito si aspettava in cambio coperte, carne, sale o pelli, mentre l’uomo, se non le donava nulla, si indebitava con lei con obblighi vincolanti. La sessualità impregnava di sè anche il paesaggio Pueblo e i toponimi lo esprimono con chiarezza: Sorgente della Clitoride, Punta di Seno di Fanciulla, Chiappe-Vagina, Pene che Spinge e così via sono tutti nomi di località.
Per i Pueblo, infatti, l’atto sessuale era il simbolo dell’armonia cosmica, in quanto univa in equilibrio tutte le forze maschili del cielo e tutte le forze femminili della terra. Per questo motivo i rituali del solstizio del Pueblo di Acoma terminavano con un coito, mentre uno scandalizzato frate Nicola de Chavéz nel 1660 riferiva che “uomini e donne si unirono sessualmente in modo bestiale” ogni volta che gli spiriti kachina apparivano durante il lungo ciclo cerimoniale. I kachina infatti portavano con sè la pioggia fertilizzante, che fa germogliare le piante e prosperare gli animali. Le donne, tramite il coito rituale trasformavano gli estranei (uomini di altri villaggi o clan e gli spiriti) in nativi, cioè membri della famiglia o del villaggio.
Questa funzione era visibile nelle società femminili che, secondo Elsie C. Parsons erano geneticamente società guerriere. Frate Atanasio Dominguez narrò nel 1776 che le donne salutavano con canti e mimiche di battaglia l’arrivo degli uomini che portavano gli scalpi freschi appesi alle pertiche e, una volta che la processione era entrata nel villaggio, “le donne toccavano i propri genitali con gli scalpi in modo indecente”. Un altro testimone dichiarò che esse si denudavano il sesso e, dichiarando che gli scalpi erano i loro mariti, mimavano la copula, per togliere il potere ai nemici. Una volta espropriati del loro potere tramite l’atto sessuale, gli scalpi diventavano un’incombenza delle donne, che li nutrivano con farina di mais.
Il rapporto con la preda animale mostra il legame di identità concettuale che esiste tra la copulazione e l’alimentazione, dato che le donne incorporavano l’animale nel villaggio e ne addomesticavano la natura, mimando la copula, usando un linguaggio licenzioso e infine “nutrendolo”. Questo rituale era eseguito soprattutto per prede “nobili” come il cervo; ad Acoma il cacciatore cominciava a macellare il cervo aprendone il ventre, poi tagliava il pene o la vulva dell’animale e li deponeva nello stomaco. Questa unione di genitali e stomaco rafforzava la stretta associazione tra sesso e cibo.
Il rafforzamento del rapporto che esisteva tra fertilità agricola e fertilità umana era uno degli scopi delle società femminili Pueblo. Dato che le società Hopi sono state meglio descritte, parleremo delle società Marau, Lakon e Oaqol, a cui venivano iniziate le ragazze Hopi in base al clan con la comparsa delle mestruazioni. La società Marau sembra aver fornito il modello delle altre due e, in base al mito fondatore, fu creata dal Sole che incontrò e sedusse una donna del mondo sotterraneo, da cui ebbe molti figli. Il Sole insegnò ai figli maschi le cerimonie segrete della società Wuwutcim e alle femmine quelle della società Marau, che significa “decorazione delle gambe” e appartiene al clan Sabbia, custode del suolo Hopi. Sull’altare figure in legno celebrano l’amore e le qualità riproduttive femminili, mentre le strisce verticali lungo le gambe che danno il nome alla cerimonia simboleggiano l’inizio del periodo mestruale e richiamano l’attenzione maschile sull’attraenza delle ragazze e, ovviamente, sull’inizio del loro periodo fertile. La società Marau ha due cerimonie, in gennaio e in settembre. Quella di gennaio celebra la fertilità femminile ed è composta da un periodo preparatorio di quattro giorni, in cui si preparano bastoni di preghiera, si canta e si fuma. Il quinto giorno le iniziate sono introdotte nella società tramite il lavaggio dei capelli poi, nei due giorni successivi le donne danzano all’aperto. Anticamente danzavano nude in cerchio, con la schiena rivolta alla folla, accarezzando un fallo di ceramica e cantando canzoni licenziose sulle nuvole, che rappresentano la pioggia e lo sperma e il fulmine, che simboleggia il pene, chinandosi ripetutamente in avanti per mostrare agli uomini i genitali. La danza finiva con un coito rituale, simbolo dell’armonia cosmica.
La cerimonia di settembre era identica, tranne che per il rituale in cui si confrontavano le donne Marau e due impersonatori degli Dei Gemelli della Guerra. Mentre le donne danzavano tenendo in mano degli steli di mais che portavano delle pannocchie, i Gemelli tiravano delle frecce contro un fagotto di prodotti agricoli che rappresentavano la capacità riproduttiva femminile della terra. Le frecce erano il simbolo del lampo-pene e i colpi erano il simbolo della germinazione-copula. Le danzatrici Marau poi nutrivano i Gemelli con farina di mais, che quando era scambiato simboleggiava la pace e affiliava gli estranei. Perciò al termine della danza le donne deponevano le frecce nel santuario dei Gemelli della Guerra, esplicitando così il nesso tra sangue sparso, fertilità e vita, di cui esse erano mediatrici.
Attualmente il coito rituale è stato sostituito dal lancio di canestri (Oaqol e Lakon), dove il canestro rappresenta il ventre materno e l’abbondanza, oppure dal lancio di cibo (Marau), sottolineando ancora una volta l’equivalenza tra cibo e sesso. Il significato delle cerimonie delle società femminili Lakon, Marau e Oaqol è espresso perfettamente, secondo Frank Waters, dal rilievo scolpito su una grande roccia nel deserto vicino a Oraibi: vi è rappresentata una Fanciulla Marau con la sua tipica acconciatura e i particolari segni verticali sulle gambe aperte, che lasciano vedere un’enorme vulva esposta, pronta per la copula e la fertilizzazione. Queste tre cerimonie concludono l’anno rituale Hopi. Quando arrivò Gesù, però, tutto questo cambiò.

Tra i Cherokee di lingua irochese, acerrimi nemici della Lega delle Cinque Nazioni, il Sole è in realtà Donna Sole e il suo nome è Sutalidihi, che significa Sei Uccisore (Six Killer). Secondo il mito riportato da J. Mooney ella è connessa ai Tuoni e ai serpenti. A causa del calore terribile e delle febbri che Donna Sole provocava negli esseri umani per via della sua gelosia per suo fratello Luna, più mite e come tale più amato dall’umanità, gli esseri umani chiesero aiuto ai Tuoni, e questi li aiutarono nel loro tentativo di uccidere Donna Sole. Tuttavia uno dei due uomini inviati a compiere la missione, trasformato nel Serpente a Sonagli uccise per errore la figlia di Donna Sole e in questo modo fu peggio di prima, perché nel suo dolore ella restava chiusa in casa e lasciava il mondo al buio. Così sette uomini entrarono negli inferi per riportare nel mondo la figlia di Donna Sole, ma anch’essi, come il greco Orfeo e altri come lui non riuscirono ad obbedire alla lettera alle istruzioni e all’ultimo momento lo spirito della figlia del Sole se ne tornò indietro. Per il gran dolore causato da questo fallimento Donna Sole rischiò di uccidere tutti con il diluvio delle sue lacrime, ma l’umanità salvò la situazione inviando i giovani e le ragazze più belli a danzare e cantare per divertirla. Dopo un po’ di tempo una ragazza cantò suonando un tamburello e riuscì ad attirare la sua attenzione: Donna Sole si consolò, alzò lo sguardo e sorrise all’umanità.
I Natchez, altro popolo del Sudest, sterminato dai francesi e noto come “Popolo del Sole” hanno una storia della creazione dell’umanità quasi identica a quella degli Yuchi o Tsoyaha yuchi “Siamo i figli del sole venuti da lontano”, che è all’origine del loro culto solare: il Sole è una donna con le mestruazioni; un giorno una goccia di sangue cadde sulla Terra e si tramutò in un essere umano. Se un giorno i Natchez e gli Yuchi spariranno anche Sole scomparirà, perché essa brilla solo per loro.
Le cosiddette confederazioni Caddo che abitavano il Texas, l’Oklahoma e il Kansas, contribuirono a dare vita a una delle più importanti civiltà preistoriche e protostoriche, la cosiddetta cultura Mississippi. Templi sopra piramidi di terra nell’area sacra delle città ospitavano perle, sculture, ceramiche e oggetti in rame, serviti da una periferia sterminata composta da villaggi e campi coltivati. Queste città fiorenti descritte dai primi conquistadores spagnoli ed esploratori francesi avevano una grande divinità lunare, nei suoi tre aspetti, che diede origine alla massima divinità maschile celeste, secondo uno schema divinità lunare femminile e figlio celeste caratteristica di molte culture neolitiche. Questa divinità lunare prende l’aspetto tra i Caddo di una donna con due figlie, una incinta (luna piena) e una vergine (luna nuova). Un giorno che le due ragazze erano sole furono aggredite da un mostro, che fece a pezzi e divorò la sorella incinta (eclisse di luna), mentre la vergine si salvava prima salendo su un albero e poi tuffandosi in acqua, nonostante il mostro tentasse di catturarla bevendo l’acqua del fiume fino quasi a prosciugarlo. La vergine tornò da sua madre e le raccontò la spaventosa avventura, poi le due donne tornarono sul luogo del massacro e qui trovarono una goccia del sangue della sorella uccisa dentro un gheriglio di ghianda. La madre lo coprì con un altro gheriglio, lo nascose in seno e lo portò a casa. Qui le due donne deposero la ghianda con la goccia di sangue dentro un vaso di ceramica e ne coprirono la bocca. Durante la notte furono disturbate da un suono rosicchiante e il mattino dopo scoprirono che dentro il vaso il sangue si era trasformato in un giovane perfetto, ma alto un dito. Lo lasciarono là un altro giorno, dopo aver nuovamente chiuso il recipiente. Il giorno successivo, dopo aver udito ancora lo stesso suono, scoprirono che il ragazzo era cresciuto perfettamente, fino a diventare un uomo di dimensioni normali. Dopo esser stato armato dalla nonna, l’uomo (il sole) distrusse i mostri che infestavano la terra, poi andò ad abitare insieme alla nonna e alla zia nel cielo, da dove governa il mondo.
Già all’inizio di questo lavoro avevamo incontrato Manabush, o la Grande Lepre, demiurgo di carattere lunare dei popoli di lingua Algonchina, fatto nascere da una ciotola piena di sangue dalla Vecchia; tra i Lakota Sioux è la Roccia (maschile), la cosa più antica dell’universo, che crea il mondo spremendo il sangue fuori dal suo corpo, ma i Lakota avevano completamente mascolinizzato la loro cosmogonia all’epoca in cui queste storie furono raccolte. Vediamo anche in questo mito che vi è una nascita asessuata direttamente dal sangue; vi è inoltre rappresentato un rapporto tra la luna e il sangue, in cui la luna crea dal sangue un essere vivente, mentre il rapporto tra il sangue e il sole rappresenta l’astro che nasce dal sangue. L’epopea del ragazzo, oppure di due gemelli, di origine solare, che distruggono i mostri che affliggono l’umanità è comune a molti popoli indiani del Sudovest e ha influenzato anche i Kiowa, che giunsero nell’area tra l’Oklahoma, il Kansas e il Texas dopo essere stati cacciati dalle Colline Nere del South Dakota dall’espansionismo Sioux intorno al 1810-25. Nei miti fondatori connessi alla serie di fagotti sacri di medicina, chiamati le Nonne, che costituiscono il cuore della loro società, essi uniscono la storia della Donna che Cadde dal Cielo, sposa del Sole e da lui uccisa, con quella del ragazzo, poi diviso in due gemelli, adottato da Nonna Ragno, Signora dell’Agricoltura e degli Animali.
Divinità creatrici femminili sono anche quelle dei Pueblo: Donna Sostanze Dure invia il soffio della vita in effigi maschili o femminili che diventano gli antenati degli Hopi; la divinità maschile germinatrice Muingwu ha come sorella-sposa Donna Altare Sabbia, che è anche chiamata Donna Acqua Amniotica e si dice sia la Madre di Tutte le Kachina, quegli spiriti che rappresentano al tempo stesso gli antenati e le nuvole della pioggia e collegano il mondo umano e quello soprannaturale. Donna Ragno o Nonna Ragno è anch’essa una divinità creatrice; è estremamente antica e ha subito in alcune aree un curioso processo di mascolinizzazione, come vedremo in seguito, oppure è stata sopravanzata da altre divinità maschili, come il dio della morte e della superficie terrestre Hopi, che diventa addirittura dio supremo in questo secolo. Tradizionalmente Donna Ragno degli Hopi è la nonna del Sole e il grande potere che fece emergere gli Hopi sul Quarto Mondo, quello attuale.

Paula Gunn Allen, scrittrice femminista di origine Laguna Pueblo, libanese e, in sordina, di nonno Sioux, ricorda come la creazione non abbia luogo tramite la copula nella teologia dei popoli di lingua Keres, che abitano i villaggi di Acoma, Laguna, Santa Ana, San Felipe, Santo Domingo, Sia e Cochiti in New Mexico. All’inizio della cosmogonia Laguna Pueblo esisteva Donna Pensiero, chiamata anche Donna Ragno, in stato di coscienza attiva e le sue sorelle dormienti, potenziali: Uretsete, il cui nome significa “pieno da traboccare”, detto di un canestro e Naotsete, “che ha più cose nel canestro”. Donna Pensiero, come molti altri creatori, pur essendo autocosciente non era ancora realizzata e attuata perciò; allo scopo di dare inizio alla creazione, svegliò le sorelle dormienti e diede loro istruzioni perché cantassero sopra i loro canestri, in modo che gli oggetti in essi contenuti come figurine prendessero vita. Le creature, che già esistevano da sempre, anche se inerti, acquistarono vita e cominciarono a riprodursi autonomamente, anche se non erano autosufficienti e continuavano a dipendere dalle tre sorelle creatrici. A un certo punto della storia compare la madre dei popoli Keres, Iyatiku, “colei che porta la vita” o Donna Grano, che in senso cerimoniale è un altro aspetto di Donna Pensiero, che risiede a Shipap, luogo di emersione dell’umanità, da cui ora invia i suoi consigli e dove accoglie le anime dei morti. La sua rappresentante sulla terra Irriaku, Madre Grano, mantiene il rapporto tra i vari membri del villaggio e quello tra esseri soprannaturali e il villaggio stesso. Attraverso la sua mediazione i leader religiosi hanno il potere di governare i villaggi Keres, che sono delle teocrazie come tutti i villaggi Pueblo; questi leader, sempre uomini, sono chiamati rispettivamente Yaya, “madre” e Hotchin, “capo”. A Laguna tutte le entità umane o soprannaturali che agiscono in modo rituale ad alto livello sono chiamate “madre”. Ciò vale anche per i Pueblo Tewa e, allontanandoci da quest’area, anche per i re Maya.
Oltre alle divinità femminili vi sono anche le divinità bisessuali o le coppie divine. Il dio creatore degli Zuni, A’wonawil’ona, è “lui-lei”, un dio molto astratto, tanto che alcuni lo ritengono piuttosto una collettività di spiriti; secondo il mito della creazione tramandato da Matilda Stevenson nella nebbia primordiale Lui-Lei creò dal suo cuore, con il respiro, le nuvole e le acque. A’wonawil’ona è la volta blu del firmamento. Anche la dea creatrice Keres che, come ci rammenta Paula Gunn Allen è femminile, Sus’sistinako, la Donna Pensiero, secondo la grafia del Pueblo di Sia, in alcuni Pueblo è maschile o per lo meno ha caratteristiche bisessuali: a Sia e Acoma, per esempio, è maschile, anche se non è chiaro se e quanto abbia influito il cattolicesimo degli invasori spagnoli, presenti nella zona dal 1542. Secondo John M. Gunn, che scrisse di Acoma e Laguna, Donna Pensiero rappresenta la forma femminile del pensiero o della ragione ed è sempre esistita e sua sorella Shrotunako è la memoria o istinto. Tra i Pueblo Tewa del Rio Grande (villaggi di San Juan, Santa Clara, San Ildefonso, Nambe, Tesuque e Pojaque) due tra gli esseri soprannaturali più importanti sono Donna Mais Blu o Madre Estate, che rappresenta il principio femminile e Donna Mais Bianco o Madre Inverno, che rappresenta il principio maschile; esse sono le prime madri dei Tewa e patrone delle due metà , Estate e Inverno o Zucca e Turchese in cui sono divisi gran parte dei Pueblo. Tuttavia mentre gli uomini incarnano anche le virtù femminili il contrario non è vero. Una parte di ragione per questa interessante divergenza è che mentre le metà Inverno ed Estate sono identificate con la mascolinità e la femminilità, rispettivamente, essi credono che le qualità di entrambi i sessi siano presenti negli uomini, mentre le donne sono solo donne ; in altre parole, c’è una chiara relazione di asimmetria tra i sessi che è espressa dalle metà.
Primo, il capo della metà Inverno è chiamato padre durante il periodo in cui dirige il villaggio (dall’equinozio d’autunno a quello di primavera) e madre durante l’altra metà dell’anno, quando è in carica il capo della metà Estate. Quest’ultimo, d’altro canto, è sempre chiamato madre per tutto l’anno e non è mai chiamato padre. Secondo, gli uomini possono impersonare le donne nei rituali, ma mai il contrario. Terzo, la frase standard di incoraggiamento per gli uomini che stanno per intraprendere un compito difficile è: “Sii donna, sii uomo”, mentre la frase in circostanze simili per una donna è semplicemente “Sii donna”. Quarto e ultimo, durante la cerimonia per il nome quando ci si rivolge agli spiriti, essi sono chiamati perché siano d’aiuto per portare un bambino alla “femminilità e virilità”, mentre la richiesta per le bambine è solo una richiesta di assistenza verso la femminilità (Ortiz 1969:36).
Tornando alla cosmogonia Zuni all’inizio esisteva lassù A’wonawil’ona insieme a Padre Sole, Madre Luna, Shi’wanni e Shi’wano’kia. Questi ultimi sono gli eponimi originali dei Preti della Pioggia e delle Sacerdotesse della Fecondità. Questa coppia primordiale entra presto nel processo della creazione dell’universo: Shi’wanni volle creare qualcosa che desse luce mentre Madre Luna dormiva e dal suo sputo sulla mano sinistra creò una schiuma simile a quella della yucca, poi lavorò lo sputo con la destra, in modo da formare bolle multicolori e le soffiò in alto, facendole diventare le costellazioni e le stelle fisse. La sua controparte femminile Shi’wano’kia con lo stesso procedimento creò una sostanza che fluì dal suo palmo in ogni dove e diventò A’witelin tSi’ta, la Madre Terra.
Gli Hopi hanno differenti divinità creatrici, legate alle storie di origine dei vari villaggi sulle mesas dell’Arizona settentrionale e dei differenti clan che vennero a comporre il popolo Hopi. Secondo una tradizione la generatrice degli Hopi è Huruing Wuhti, Donna Sostanze Dure che, pur appartenendo alla terra, vive come il Sole nel cielo, dove possiede la luna e le stelle. È spesso menzionata in rapporto alle conchiglie, alle perle e rappresenta soprattutto la solidità, la consistenza della terra. Ha due figli, il giovane dio germinatore Muingwu, dio dei raccolti e sua sorella Tuwa’boñtumsi, Donna Altare di Sabbia, chiamata anche Donna Acqua Amniotica, che in questa veste è preposta alla fecondità umana. Donna Sostanze Dure abita nell’ovest, dove ogni sera la va a trovare il Sole, con cui è su un piano di parità, essendo la madre dell’Universo. Talvolta Donna Sostanze Dure si sdoppia in una dea che abita l’est, la Signora dell’ Oceano Orientale.

Vediamo già a livello cosmogonico e nelle varie storie della creazione un equilibrio tra principio maschile e femminile che è particolarmente vistoso nei popoli agricoltori: i due principi possono alternativamente collaborare o essere in opposizione dialettica, ma comunque sia il caso essi pervengono alla costruzione dell’universo qual’è nel tempo laico. Nella storia sacra Keres le sorelle di Donna Pensiero attuano la sua intenzione creatrice, così come in una versione Hopi Donna Ragno attua il pensiero del Sole. Presso altri popoli agricoltori troviamo lo stesso concetto, per esempio tra gli agricoltori di lingua Caddo come i Pawnee e gli Arikara, che abitavano in villaggi di case di terra su un territorio che si stendeva dal Kansas al North Dakota. La divinità attuatrice degli Arikara è Madre Mais, portata in essere dalla divinità celeste maschile Nesaru e sua collaboratrice nella guida dell’umanità, tanto che entrambi sono rappresentati nei villaggi Arikara in modo paritetico tramite un albero di cedro (Madre Mais) e una pietra (Nesaru). Madre Mais rende vero il cammino dell’umanità, che è nata dai chicchi del mais, conducendola dall’est, sede del pensiero, dell’intenzione e della potenzialità all’ovest, sede dell’attuazione e della realtà. Lo stesso percorso deve fare la divinità Pawnee Grande Stella, chiamata dagli antropologi Stella del Mattino, che rappresenta il potere maschile ed è il dio della guerra, per poter attuare la creazione: egli deve andare nel giardino della Stella della Sera, il principio femminile, nell’ovest e vincere i suoi guerrieri, per poterla sposare. Questo mito dava origine al percorso militare-agricolo-religioso che portava al famoso sacrificio di una donna che i Pawnee praticavano in onore della Stella del Mattino, che continuò ad essere eseguito fino alla prima metà dell’Ottocento. Per inciso i Pawnee furono solo gli ultimi ad abbandonare il sacrificio umano tra i molti popoli indiani che lo praticavano in varia forma.
Dato che gli indiani utilizzavano la metafora sessuale e quella familiare per definire i rapporti tra le cose non stupisce che divinità femminili incarnino il principio maschile: Donna Mais Blu e Donna Mais Bianco sono una delle coppie che incarnano i due principi, come abbiamo visto, mentre la coppia di sorelle dei Pueblos Keres rappresenta una sorella “selvatica”, che diventa una Signora degli Animali ed è legata all’esterno del villaggio e alle attività maschili e l’altra sorella incorpora l’attività agricola e l’interno del villaggio e quindi la sfera economica femminile. Vedremo in seguito come questi due principi, quello femminile e quello maschile si sviluppino in una costruzione simbolica che con scarse variazioni è comune a tutto il mondo indiano. E’ interessante notare come l’agricoltura, che tra i Pueblo è praticata in gran parte dagli uomini, sia considerata femminile allo stesso modo delle tribù dove è praticata dalle donne, perchè è legata alla terra. Anzi i campi, siano essi lavorati dalle donne o dagli uomini, tradizionalmente appartengono alle donne, insieme alla casa. Tra i Cherokee il controllo femminile dell’agricoltura influenza l’associazione simbolica tra il mais e il genere femminile e in particolare la donna vecchia, che è uno dei nomi del mais. L’antenata mitica del mais è Selu, grano in Cherokee, che è moglie di Kanati, il Cacciatore Fortunato ed è direttamente connessa con il mais/nonna; un’altra associazione simbolica collega il mortaio dove la donna produce la farina, simbolo di abbondanza e la donna vecchia.

Please cite this article as: Busatta, S., 2024 “Il femminile nelle culture native americane,” in Antrocom -Miscellanea (first posted in Antrocom Veneto Blog, April – May 2015).

Riferimenti
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